Nuove Mitologie: Linguaggi del Contemporaneo dal Folk al Pop è la nuova mostra collettiva di Cellar Contemporary che presenta le opere di undici artisti. Tutti interrogano la tradizione come un organismo in continua trasformazione, la quale viene riscritta attraverso pratiche contemporanee. Qui, tecniche e riferimenti si mescolano: scultura, pittura, segni grafici e il confine tra cultura “alta” e “bassa” si dissolve. L’esposizione è articolata in due ambienti distinti: Folk e Pop che si caratterizzano per la loro unicità e vogliono far immergere il visitatore nell’immaginario pensato dagli artisti coinvolti.
Nella prima sala il Folk è radice, introspezione, rito, un fare quasi archeologico in cui gli artisti scavano per trovare la loro maniera di esprimersi nel presente. Legati dallo stile ibrido che riprende i medium popolari, gli artisti slovacchi che aprono la mostra sono Jarmila Mitríková & Dávid Demjanovič. Abili nella tecnica dell’incisione a fuoco, la pirografia, riscrivono le loro radici operando una sovrapposizione tra supporto e messaggio, stravolgendo gli episodi della storia per guardarli con gli occhi del presente. Forte presenza nelle loro opere sono miti e leggende locali e folkloristiche legate al Regime Socialista ma anche racconti pagani e cristiani. Proseguendo troviamo Andrew Gilbert, che con pungente ironia sovverte e satirizza la narrativa storica occidentale, in particolar modo quella britannica legata al colonialismo. Il suo lavoro si caratterizza per combinare situazioni fittizie a eventi o personaggi storici per creare un visionario legato all’assurdo. Zana Masombuka si fa portavoce della cultura Ndebele in quanto artista africana che re-inventa l’Africa a partire da sé, dalla sua storia personale e dal suo pensiero critico. In mostra sono esposte due maschere tradizionali realizzate utilizzando la tecnica delle perline tipica della tradizione ndembelese. La sezione Folk presenta anche “Portals” un’opera dell’artista defunto Lance del Los Reyes che mescola forme umanoidi a quelle di mostri o animali, in cui appaiono dei messaggi sullo sfondo, pensati per instaurare un dialogo con l’osservatore. L’universo popolato da figure antropomorfe è condiviso anche con la moglie nonché sua musa ispiratrice, Anna de Los Reyes, la quale elabora un mondo simbolico abitato da demoni ‘buoni’. Nella prima sala infine troviamo David Aaron Angeli che attraverso la sua pratica artistica, ricerca l’essenzialità delle forme e si libera dal decorativismo, rielaborando la tradizione del passato partendo da forme inconsce che si trovano dentro ognuno di noi. In mostra è esposta l’opera “Centauro”, definibile un “reperto contemporaneo” che l’artista sviscera per presentarlo in chiave modernizzata.
Nella seconda sala il tono cambia, diventa Pop. Gli artisti attingono alla contemporaneità urbana influenzata da simboli e stimoli, in continua evoluzione, resistenti alla nostalgia. Erik Foss, artista autodidatta, con la sua arte esprime qualcosa di autentico e personale, legato alla sua esperienza e al contesto culturale da cui proviene. I suoi famosi serpenti-cobra, non sono fatti per essere una critica fredda o teorica all’arte contemporanea: in loro ritrova un legame sincero con le sue origini e con le persone della classe operaia, che come lui si sono avvicinate al mondo dell’arte. Il risultato che ottiene è una fusione simbolica tra la mitologia urbana contemporanea e l’iconografia arcade. Di Solomostry sono esposte tre opere: il tondo Superosso e due esemplari della serie Dinamici I-XI. Caratterizzati da tratti precisi e frammentati e da una resa bidimensionale risultano immediatamente riconoscibili. Il suo è un lavoro di reinterpretazione dei medium tradizionali tramite influenze metropolitane e non solo. L’estetica della forma a cui aspira, lo porta in una dimensione più personale e riflessiva, in cui l’arte diventa il suo rifugio espressivo. Proseguendo, Brian Belott potrebbe essere definito “un grande assemblatore di cose”. La sua arte è intrisa di cambiamento, più mescola e più si diverte, in una politica di revisione senza fine. L’opera esposta The Reassembler è identificatrice della sua pratica artistica, partendo dall’oggetto più diffuso: la carta, costruisce infinite variazioni, rendendo ogni sua creazione un pezzo unico. Proseguendo troviamo Margherita Paoletti una personalità poliedrica: artista, illustratrice e designer, si immerge nel suo mondo interiore per farlo emergere nei suoi dipinti. In mostra è esposto un dipinto proveniente da una serie di lavori che indagavano il corpo marchiato da segni. Il tatuaggio di per sé racconta storie, esperienze, legami, ricordi che rischiano di cadere nell’oblio e per tale motivo, Paoletti decide di realizzare dei tatuaggi pittorici sui corpi che dipinge, facendo vivere con nuova espressività, quanto di più personale abita il nostro io. Infine, a raccontare la sezione Pop troviamo un’opera su carta di Laurina Paperina che, con il suo stile ironico e irriverente vuole “svecchiare” le pretese estremamente serie dell’arte di oggi, rendendola umoristica e colorata. Paperina attinge dallo scenario contemporaneo per dare vita a caotiche scenografie popolate dai soggetti più disparati, a partire dall’attualità viaggiando indietro nel passato, citando famosi artisti, personaggi di film e serie tv e toccando anche temi come la religione,la politica, distorcendo gli esiti di una narrativa comune.
Se il Folk evoca tecniche e soggetti antichi, il Pop lo fa rielaborando il segno e la forma e la loro fusione produce le nuove mitologie contemporanee.